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Red Tails: il coraggio non ha colore.

Di solito ho paura dei film “basati su storie vere”. Ho paura quando raccontano la verità, perché vuol dire che certe cose sono davvero accadute, ed ho paura quando sono sporcati di finzione, perché alterano la storia ed è un crimine crudele. Senza conoscere la realtà degli avvenimenti, non possiamo imparare da ciò che è stato…e riduciamo così la storia a semplice passato inutile ed inerte. Questo film è stata per me è un’eccezione. Mi ha toccata profondamente proprio perché basato su fatti veramente accaduti. Odio la guerra e la violenza con ogni parte del mio cuore, tuttavia questo non mi impedisce di rendere omaggio a coloro che hanno rischiato la loro vita per un’ideale di libertà.

68992Red Tails (2012) racconta alcune vicende del 99° squadrone combattente dell’aviazione militare americana che combatté durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale nei cieli sopra il nostro Mediterraneo. Il Tuskegee Airmen fu un reparto di piloti di caccia espressamente voluto dal presidente Roosevelt che si distinse per le missioni riuscite, per la minima percentuale di perdite subite e per la bravura e l’affiatamento dei suoi membri. La cosa straordinaria di questo squadrone è che alla guida di quei caccia “coda rossa” – da qui il soprannome “Red Tails” – vi erano solo piloti di colore, “nigger” come venivano chiamati allora. Il film racconta la lotta di questo gruppo di uomini che dovettero combattere per combattere, provando missione dopo missione di non essere inferiori agli altri soldati né in abilità né in coraggio. Il Tuskegee Airmen dovette affrontare due guerre: una in aria contro gli aerei tedeschi, l’altra a terra contro la sfiducia degli alti gradi di comando dell’aviazione americana e contro il disprezzo e la discriminazione degli altri piloti americani “bianchi”. Report dopo report riuscirono a guadagnarsi il rispetto e l’onore che meritavano in una nazione ancora piagata dal più duro razzismo. Oltre all’esagerata reputazione di essere praticamente invincibili – per anni si è creduto che nessun bombardiere scortato dal Tuskegee Airman fosse stato abbattuto – questo coraggioso reparto di americani, inclusi i 66 piloti caduti in combattimento, hanno guadagnato riconoscimenti e medaglie al valore, tra cui nel 2007 la Medaglia d’Oro del Congresso.

Il razzismo è ancora insito nella maggioranza dei cuori della gente di ogni paese, ed il suo fuoco si risveglia particolarmente quando si tratta di persone di colore. Così è stato per secoli, nonostante ci sia sempre stato chi si è battuto per cambiare le cose, e purtroppo così continuerà ad essere. Tuttavia film come questi fanno bene a chi di noi possiede ancora una coscienza sensibile ed un cuore da toccare. Erano soldati..hanno ucciso come i loro nemici e togliere vite è sempre da disprezzare. Non sono i soldati, né i piloti né gli americani che ho guardato in questo film…ma gli uomini, che hanno dovuto guadagnarsi il diritto di combattere per ciò in cui credevano. Diritto garantito automaticamente agli altri ma ostacolato e infine concesso con denti stretti a loro perché di pelle scura.

E’ un film fatto molto bene, realistico e reale, interpretato da un team di attori che sentivano ciò che stavano recitando. Nella trama c’è anche una piccola storia d’amore, tra un’italiana ed uno dei piloti del Tuskegee. Un’amore di guerra, tra persone diverse che neppure comprendono le rispettive lingue ma che comunicano ai rispettivi cuori. Bravi David Oyelowo e Daniela Ruah…ma niente possono i loro personaggi contro il fuoco della guerra. Andando su terreni meno tragici e profondi, i ragazzi dello squadrone sono personaggi divertenti, giovani scapestrati; le scene d’azione ed i combattimenti in volo sono appassionanti e ben girate. Sono riuscita a seguirle persino io che di solito nei film di guerra non ci capisco niente.

Il cast, quasi interamente composto da attori di colore, include: Cuba Gooding Jr, Terrence Howard, Ne-Yo, Elijah Kelley, Tristan Wilds, Nate Parker e Kevin Phillips. Altri soldati americani sono stati interpretati da Robert Kazinsky, Bryan Cranston e Gerald McRaney.

Ancora purtroppo non è ancora arrivato in Italia, ma se avete modo guardatelo.

P.s. Era stato già fatto un altro film sulla storia delle Red Tails nel 1995, che non ho ancora avuto occasione di vedere. Se qualcuno di voi lo avesse già visto, fatemi sapere cosa ne pensate.

Di seguito qualche foto del vero Tuskegee Airmen.

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“A trip down Market Street”: il cortometraggio muto e inconsapevole

Muto perché siamo nel 1906. Inconsapevole perché fu girato percorrendo le strade di una affascinante San Francisco di inizio secolo…che di lì a pochi giorni sarebbe stata rasa completamente al suolo. Il 18 di quello stesso mese, l’ aprile del 1906, un terribile terremoto – la cui energia è stata paragonata a quella della bomba di Hiroshima – si abbatte sulla città riducendola ad un cumulo di macerie in meno di un minuto. Il sisma più l’incendo che ne seguì provocò terribili conseguenze: vi furono 3mila morti, 300mila persone su 400mila persero la propria abitazione e furono costrette ad emigrare, si persero totalmente i dati dell’anagrafe americana, si manifestarono numerosi casi di peste bubbonica a causa di cadaveri e ratti. La ricostruzione, almeno parziale, richiese tre anni.

E come in una bolla temporale, questo cortometraggio girato dai fratelli Miles attaccando una macchina da presa sul davanti di un camioncino ci mostra non solo uno scorcio della vita quotidiana di inizio secolo live e on the street: la cosa più sconvolgente è guardarlo con la consapevolezza che di lì a pochi giorni quegli stessi edifici vennero distrutti, quelle strade devastate, quelle persone forse persero la vita.

Personalmente, mi ha fatta molto riflettere. Su quanto la vita sia solo “un vapore”, su quanto dovremmo sforzarci di essere il meglio di noi stessi ogni giorno perché non sappiamo in quale giorno potrebbe essere girato il nostro “cortometraggio inconsapevole”.

 

 

Irene

Eoniani: i tempi cambiano, ma dovrebbero?

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Charles – Geneviève Chevalier D’Eon

La storia cambia molte cose del modo di vivere della società in generale. Modifica il modo di mangiare, di vestire, di fare musica. Tutto viene aggiornato quasi freneticamente al passare del tempo, con un’ urgenza frenetica che quasi suggerisce l’idea che ciò che era non debba essere. Che sia necessario cambiare, a prescindere dal chiedersi se ciò che era fosse giusto o sbagliato. E’ un processo che sembra inarrestabile e che naturalmente incide primariamente sul modo di pensare e dunque di interpretare la realtà ed i nostri simili. Oggi l’aria è intrisa di permissivismo, egocentrismo, voglia d’indipendenza a tutti i costi e diciamo a noi stessi di vivere lasciando vivere quando siamo giudici spietati di chi ci è intorno, spesso senza nemmeno dare possibilità di appello. Così i valori morali si disintegrano sotto i nostri occhi e ci convinciamo che sia normale perché “i tempi cambiano”, quindi anche la moralità deve cambiare. Ma è davvero così? Senza contare che il concetto di moralità si abbassa, ma siamo più pronti di prima a puntare il dito contro chi la sua visione di moralità l’ha diversa dalla nostra.

Prendiamo un tema che fa tuttora discutere. Nel diciottesimo secolo la Francia fu sconvolta da l’enorme scandalo del Cavaliere Charles D’Eo, che prima si presentò al ballo del Duca di Nivernais vestito e truccato da donna, che poi venne usata come ambasciatrice/spia dal Re Luigi XV e forse colse l’occasione per dare un figlio alla regina Sofia d’Inghilterra, e che infine rinnegò la sua nascita maschile vivendo i suoi ultimi 34 anni da donna. Travestita, visto che l’autopsia lo trovò uomo…integralmente.

Allora i chirurgi non avevano le tecniche di oggi, allora Charles-Genevieve dovette rifiutare una proposta di matrimonio perché il suo Re non gli permise di considerarsi donna a tutti gli effetti. Allora tutti furono scandalizzati dalle scelte di vita del Cavaliere….non si posero il problema se fosse un pervertito, un degenerato, un disgraziato colpito da un errore genetico, un abusato. Nessuno si pose il problema delle ragioni del suo comportamento, e questo è indubbiamente sbagliato a parer mio. Non si dovrebbe mai giudicare qualcuno senza conoscerne integralmente la storia ed i motivi interiori che lo spingono ad agire. Tuttavia…siamo sicuri che lo scandalo e la disapprovazione che il cavaliere riscosse in patria nel suo Settecento siano “arretrati”? Siano sbagliati a priori solo perché “i tempi cambiano”? Oppure l’uomo è sempre uomo e dovrebbe essere coerente a sé stesso, non facendo finta di cambiare opinione ostentando modernità quando poi sussurra alle spalle? Esistono dei principi che dovrebbero rimanere immutati nel corso del tempo, anche dei secoli, e la comprensione e l’affetto che si possono provare per la singola persona – che può non avere colpe per la sua natura – spesso vengono confusi con il condono dell’azione che compie…e che se è per principio sbagliata dovrebbe forse rimanerlo.

Irene

Leap Day: la tradizione irlandese lancia le donne alla riscossa

Come ben sappiamo, l’Irlanda è un paese intriso di tradizioni, superstizioni, miti e leggende. Come lo è il Regno Unito.
Ebbene, una di queste tradizioni, risalente addirittura al V secolo, è una sorta di “riscossa” per tutte le donne in trepidante attesa di sposarsi – che fosse per fanciulle romantiche o disperate lo lascio decidere a voi -.
La tradizione vuole, infatti, che ogni “Leap Day” 29 febbraio – dunque ogni anno bisestile – possa essere la donna a fare la sua proposta di matrimonio all’amato anziché viceversa, come invece vuole la consuetudine.
Capite bene quanto questa particolare tradizione potesse essere rivoluzionaria e straordinaria in un periodo in cui non solo era l’uomo a scegliere la propria sposa, quando non erano i genitori, ma era addirittura impensabile che una donna potesse rifiutare o accettare a suo piacimento, figuriamoci scegliere il proprio marito!
Ebbene, da brava conservatrice credo che ogni popolo dovrebbe mantenere vive le proprie tradizioni se non ledono i diritti, le libertà altrui ed il comune buon costume moderno. E questa in particolare mi sembra fantastica, perché dava la possibilità alle donne di avere una piccola rivincita in quella società maschilista e chiusa, che vedeva le donne in una riduttiva veste di esseri belli, stupidi e meglio se ignoranti, che devono restare intorno al focolare e soddisfare i desideri altrui.
Secondo il folclore irlandese, poi, se la proposta veniva rifiutata l’uomo doveva comprare 12 paia di guanti alla ragazza, in modo che ella potesse nascondere l’imbarazzo di non indossare all’anulare un anello di fidanzamento, addolcendo la sofferenza e la delusione della giovane con un bacio, un dono in denaro ed un abito di seta. Una sottile forma di rispetto e attenzione verso il sesso debole.
Si narra che nel 1288 il Parlamento scozzese legiferò addirittura che ogni donna poteva dichiararsi e chiedere in matrimonio un uomo in occasione degli anni bisestili. Le giovani fanciulle erano quindi anche tutelate da un punto di vista giuridico-legale contro i più maschilisti.
La curiosità di fare questa breve, ma spero divertente, ricerca mi è stata data dal film “Una proposta per dire sì”, interpretato da Matthew Goode ed Amy Adams, dove la protagonista compie un viaggio travagliato verso Dublino con l’obiettivo di chiedere la mano del recalcitrante fidanzato il 29 di febbraio.

Guardatelo se ne avete opportunità: risate e qualche lacrimuccia di commozione si fondono perfettamente in una commedia leggera ma di tutto rispetto.
E voi, che ne pensate di questa tradizione? Se siete donne, chiedereste al vostro fidanzato di sposarvi al posto suo? Oppure non la vedete come una cosa romantica, bensì un disperato tentativo di “ingabbiare” il proprio uomo restio agli impegni? E se siete uomini, vi farebbe piacere ricevere una proposta di matrimonio dalla vostra ragazza, invece di farla?
Fateci sapere!!!

P.s. il prossimo anno bisestile è il 2016

Con affetto,
Irene

La storia dell’arazzo: dalle origini ai nostri giorni

Hanno abbellito le pareti di castelli reali e nobili per migliaia di anni, riscaldando d’estate e risaltando nella loro bellezza illuminati nella luce estiva. Si potevano arrotolare e portare con sé negli spostamenti tra una residenza e l’altra, nonché salvarli in caso di incendio o saccheggio. Erano gli arazzi, di cui oggi cercherò di raccontarvi la storia.
(Gli albori) Purtroppo è sempre stato difficile determinare con precisione in quale zona del mondo siano stati prodotti prima, soprattutto a causa della deperibilità dei materiali che ha impedito di ritrovare una sufficiente quantità di reperti. Alcuni ipotizzano che i primi arazzi siano frutto delle menti creative e delle abili mani di cinesi e giapponesi, portando come prova il ritrovamento di opere antecedenti l’anno Mille. Tuttavia sono stati trovati arazzi risalenti addirittura alle società dell’Antico Egitto, in epoca faraonica e successivamente copta, e della Grecia tardo ellenica. Anche nelle zone dell’America precolombiana sono stati rinvenuti arazzi, sebbene realizzati con disegni più semplici, risalenti al II, I secolo a.C.

(1100-1400) Per ammirare arazzi europei dobbiamo aspettare il Medioevo e recarci in Germania, nonostante sia stata la città francese Arras a dare il nome a questa tecnica, dove nel XII secolo i conventi adottano l’arazzo come ornamento nelle loro chiese . Intorno al XIV secolo la piccola cittadina di Arras si distingue nuovamente, e questa volta in modo più incisivo, per la produzione di arazzi raffinati ed eleganti, con il fiorire di numerose industrie nate da artigiani professionisti che pian piano, grazie alla passione ed al talento, fanno avvicinare l’arazzo artigianale all’arte. Proprio nel 1400 infatti, alla fine dell’era medievale, ci si rende conto di quanto la tecnica artigianale di produzione di questi manufatti si sposi bene con l’arte e quanto, grazie a questo connubio, possa assurgere di pregio. Ora i disegni degli arazzi vengono realizzati basandosi, come abbiamo detto all’inizio, sui cartoni o modelli creati da grandi pittori. Naturalmente si scatena una gara fra le varie botteghe artigiane per accaparrarsi i disegni degli artisti più in auge del momento. Dopo aver dato il primo impulso a questa nuova forma d’arte, Arras cede il suo primato nella realizzazione di arazzi pregiati ad altre città francesi: prima a Tournai e poi a Bruxelles, che detiene il primato fino al termine del XVI secolo quando viene surclassata dalla capitale, Parigi. Caratteristiche di questo periodo sono le tessiture dette “millefleurs” eseguite con motivi floreali stilizzati su fondo blu o rosa,  ed i tutt’oggi molto preziosi “tapis d’or” eseguiti appunto con fili d’oro intrecciati nella trama del disegno.

Noto esempio di arazzeria fiamminga. Uno degli arazzi costituenti il ciclo della “Dama con l’Unicorno”
conservato al Museo di Cluny, Parigi. 

(Rinascimento) Sempre più apprezzata dalle corti e dalle grandi – e ricche – famiglie nobiliari, che spesso facevano riprodurre sui propri arazzi lo stemma del casato, l’arte dell’arazzo giunge nel territorio delle Fiandre arrivando, durante il Rinascimento, al suo massimo splendore. Gli arazzieri fiamminghi diventano, nel XV secolo, strappano il primato alla Francia non solo per la qualità dei manufatti, tessuti con fili più sottili, pure d’oro e d’argento, ma anche perché per l’esecuzione dei cartoni si ispirarono a dipinti celebri (spesso ai capolavori dell’arte rinascimentale italiana, grandiosa e monumentale, ai soggetti mitologici, agli episodi del Vangelo ) e cominciarono a ricorrere a veri e propri pittori. L’arazzo è ormai considerato paramento decorativo  paragonabile alla pittura. Solo in questo periodo iniziano ad essere realizzati anche arazzi italiani e, mentre i primi tentativi falliscono, si riconoscono opere di grande importanza quelle appartenenti alla serie i “Mesi” eseguiti da Gian Giacomo Trivulzio da cartoni del Bramantino.

Uno degli arazzi costituenti la serie “I mesi” di Trivulzio

(1500) “L’ossessione tapisserie” attaccherà anche Re e Duchi portando tutte le grandi casate reali ad istituire proprie “arazzerie reale” cercando di assicurarsi i maggiori pittori del momento nonché gli atelier più prestigiosi dove farli realizzare: Francesco I, Ercole II d’Este, Cosimo I sono solo alcuni di quelli che contrassero il “virus”. Agli inizi del Cinquecento gli autori fiamminghi, in particolar modo, introducono un nuovo metodo di concezione dell’opera che viene considerato precursore del surrealismo. Si tratta degli arazzi detti “foglie di cavolo” o “verdure a grandi foglie” ricchi di fauna stilizzata e vegetazione lussureggiante. Tale invenzione si attribuisce soprattutto al genio di Jérome Bosch

Arazzo del ciclo “Giardino di Delizie” di Jérome Bosch



(1600) In seguito a persecuzioni religiose e politiche molti arazzieri olandesi fuggono dalla loro terra e si rifugiano in vari stati europei, favorendo così la diffusione della tecnica.Giungono fino in Svezia e Norvegia dove però non riescono ad affermare il loro stile, ma anche in Spagna dove verso la fine del Cinquecento fiorisce l’importante e prestigiosa produzione di Pietro Gutierrez. Bruxelles mantiene il suo primato anche nel Seicento, grazie all’apporto barocco di Rubens, maestro del colore e del movimento, il quale progetta cartoni con soggetti prevalentemente storici

Arazzo su cartone di Rubens conservato a Palazzo Firmian, Trentino

(1600) Abbiamo capito che avere l’arazzo più pregiato è ormai un affare di stato e dunque nel 1602 Enrico IV chiama a Parigi i tessitori di Bruxelles e di Anversa e con loro stipula un patto per cui gli arazzieri tesseranno e venderanno le opere per la Francia e saranno aperte in cambio abbondanti birrerie, sfruttando il grande amore dei popoli nordici per il bere. Non volendo essere da meno dei suoi predecessori, Carlo VI, Filippo l’Ardito, Filippo il Buono, Carlo il Temerario, il nuovo Re di Francia Luigi XIV tenendo fede alle proprie mani di grandezza, volle far tornare alla ribalta la grandeur francese anche nell’ambito dell’arazzeria. Il primo ministro Colbert favorì così la rinascita della manifattura francese di arazzi dandole quasi carattere “statale”, elaborando statuti e fissando paghe per i tessitori e stabilendo i prezzi degli arazzi. Nel 1662 fondò la “manifattura reale dei Gobelins” riunendo tutti i tessitori parigini alla famiglia Gobelins,che erano stati tintori ed avevano dunque conoscenze ed abilità per introdurre nella produzione degli arazzi una vasta gamma di nuovi colori, prima limitata a poche tinte vegetali, che contribuì a rendere a lungo questa manifattura reale la più prestigiosa – con grande orgoglio e beneficio di Luigi XIV che impegnò quasi completamente l’atelier nella produzione di arazzi per la Reggia di Versailles -.  
Anche l’Inghilterra partecipò a questo sontuoso sviluppo e crea la “manifattura di Mortlake”, diretta da Stephan Crane. 

Arazzo di manifattura Gobelins “L’elefante” dal ciclo “Le nuove Indie”
che possiamo ammirare nelle sale del Quirinale a Roma
Manifattura Mortlake “La battaglia di Solebay”

(1700) Nel Settecento si assisté al tripudio del connubio arazzo-pittura grazie alla realizzazione da parte di grandi pittori del secolo di pregiati cartoni per le manifatture reali dei rispettivi paesi. La Spagna conquistò il Goya che alla fine del 1774 realizzò i cartoni per una serie di arazzi eseguiti dalla Reale Arazzeria di Santa Bárbara e destinati alle sale dell’Escorial e del Prado. La manifattura spagnola si contraddistinse stilisticamente grazie all’apporto artistico del Goya e predilesse scene di caccia e “di schietto carattere popolaresco”. La Francia poté contare invece, dopo la morte del celebre LeBrun, su pittori comunque affermati come Boucher, Coypel e Parrocel. 

“Nettuno e Animone” di Boucher della serie “Amori degli Dei” 1757
Cartone di Francisco Goya

(1800) “ Dalla fine del Settecento, con il passaggio alla produzione industriale e il crescere del costo della manodopera (i tempi di lavorazione lunghissimi determinano costi proibitivi), la moda degli arazzi incominciò a declinare come manifestazione esteriore del prestigio dell’aristocrazia e risentì dei forti cambiamenti sociali del momento: durante la rivoluzione francese la folla li bruciò non solo per recuperare i filamenti d’oro tessuti negli arazzi, ma anche per distruggere i vessilli della classe abbattuta.” (Wikipedia)

Anche con l’avvento del periodo napoleonico e poi della Restaurazione l’arazzeria rimase spenta in termini di entusiasmo, frenetica ricerca di miglioramento artistico, notevole impiego di risorse, mecenatismo e quant’altro, riducendosi alla riproduzione di dipinti storici e ritratti. Questo almeno fino alla fine del secolo quando si ebbe una ripresa della lavorazione artigianale grazie all’inglese William Morris ed il suo movimento Arts and Crafts (movimento artistico di protesta contro la produzione di massa) si specializzò nella tessitura di arazzi ispirati al Medioevo, molti basati su suoi stessi disegni, oltre che di altri artisti.

Arazzo “Albero della vita” di William Morris, in vendita su Ebay a 60euro
(1900) Nella prima metà del Novecento si assiste ad un notevole risveglio della tecnica dell’arazzo e ad un ritorno alla produzione manuale artigianale in quasi tutta Europa, grazie all’impegno in quest’ambito di grandi maestri quali Picasso, Braque, Mirò, Lurcat, Guttuso. 
Arazzo “Prato d’autunno” da un cartone di Renato Guttuso
Spero che questo affaccio storico sulla tecnica dell’arazzo, che devo dire amo molto, sia stata interessante e facile da seguire. Avete mai visto degli arazzi dal vivo? Dove? Raccontateci le vostre impressioni…
Con affetto,
Irene

Grace Darling: l’eroismo di una ragazza vittoriana che diventa mito

Grace Darling nacque nel 1815 nella piccola cittadina di Bamburgh, nel Northumberland e visse tutta la sua vita nel faro di Longstone, dove suo padre lavorava come guardiano, non immaginando neppure lontanamente che avrebbe ricevuto l’onore di essere un giorno ricordata come eroina della storia britannica. Almeno fino al 7 settembre del 1838. Quella mattina il bastimento Forfarshire, commissionato dalla Dundee & Hull Shipping Company per trasportare passeggeri e carico da Hull a Dundee, sulla costa est della Gran Bretagna, fece naufragio a causa di una forte tempesta e della conseguente apertura di falle nella stiva. La nave si abbatté su Big Harcar, uno scoglio esterno delle “Farne Islands” poi noto come Harker’s rock. Le poche anime sopravvissute al naufragio ed aggrappati ai rottami da un’intera notte ebbero la fortuna, pur nella tragedia, di trovarsi solamente ad un chilometro e mezzo dal faro di Longstone. Quella mattina infatti, non appena fu si aprì l’alba, dalla torre Grace ispezionò la zona circostante con il telescopio e vide, in lontananza, le povere creature pericolosamente aggrappate ai resti della nave ed in balia della tempesta, che infuriava ancora come la notte prima, e della marea crescente. Mr e Mrs Darling tentarono di farla ragionare della rischiosità di ciò che lei era determinata a fare, tuttavia la ventiduenne Grace non si lasciò persuadere e disse “Se non verrà papa’, ci andrò da sola”. Questo è ancora più eroico se lo contestualizziamo e consideriamo che questa ragazza era una donna vittoriana, dunque culturalmente e socialmente non educata a colpi di testa ed atti di eroismo, esclusiva prerogativa, semmai, degli uomini.

“Grace Darling, or the Maid of the Isles” di Jerrold Vernon (1839)
Il monumento dedicato a Grace Darling
Canzone tradizionale “Grace Darling” scritta nel 1891
La medaglia di bronzo offerta a Grace Darling per il suo atto di eroismo
Il “Grace Darling Museum”
Il “Grace Darling Hotel” a Collingwood

Vedendola così risoluta, il padre andò con lei e la madre stessa aiutò a spingere in acqua la loro barca. 
Lei ed il padre sapevano che le condizioni atmosferiche rendevano il mare troppo agitato perché le barche di salvataggio potessero giungere in tempo dal North Sunderland, così decisero di attuare loro stessi il salvataggio. Nonostante la tempesta e dunque la pericolosità dell’operazione, misero in mare la barca da pesca di famiglia e tentarono di raggiungere i nove naufraghi. La barca non poteva accogliere tutti in una sola volta, così William Darling e la figlia portarono in salvo prima cinque superstiti al faro, fra i quali vi era anche l’unica donna rimasta viva, Mrs Dawson che tuttavia aveva perso i propri due figli nel naufragio; quindi Grace rimase con i superstiti già al sicuro al faro ed il padre, aiutato da un paio di marinai del Forfarshire, tornò in mare per recuperare i restanti, rischiando nuovamente la vita. Purtroppo poterono dare la salvezza solo ad una piccola parte dell’equipaggio della nave, che trasportava ben 63 persone, ovvero a coloro che si trovavano a prua. Il Forfarshire infatti venne diviso in due dall’impatto: la poppa andò subito a picco mentre la prua rimase ancorata agli scogli per una notte, salvo poi inabissarsi anche lei nel corso della giornata successiva, pochi minuti dopo che Grace ed il padre ebbero completato il salvataggio dei superstiti. Purtroppo Grace non poté rallegrarsi a lungo della risonanza nazionale che ebbe il suo gesto, giacché morì sei anni dopo di tubercolosi.


Il coraggio e lo spirito altruista d’iniziativa di questa giovane donna vittoriana è rimasto nella storia inglese, dandole l’onore di essere ricordata come un’eroina della patria. Dopo la sua impresa, venne ringraziata attraverso una ricompensa in denaro, un monumentonella St. Cuthbert’s Chapel della Great Farne Island eretto in suo onore nel 1848, dipinti e poesie a lei dedicate nonché il plauso di un’intera nazione. 
Anche oggi la sua memoria continua ad essere tenuta viva: a Bamburgh è stato fondato un museo espressamente dedicato al suo atto eroico e la squadra di salvataggio di Seahouses della Royal National Lifeboat Insitution Mersey porta il nome “Grace Darling”. Richard Armstrong ha scritto la biografia di questa giovane eroina nel 1965: “Grace Darling – Maid and Myth”.


L’opinione pubblica mitizzò la storia di questa ragazza straordinaria, che per il suo coraggio ricevette addirittura una lettera personale da parte della Regina Vittoria e due medaglie all’onore, dette vita al mito della “Ragazza con i capelli spazzati dal vento” o “The Girl with Windswept hair”, soprattutto dopo che la sua impresa fu omaggiata dal grande ed amatissimo poeta inglese William Wordsworth. 




LA MEMORIA DI GRACE NEL PASSATO 


Grace Darling or The Wreck of the “Forfarshire” – Poesia di William McGonagall 

“Together they put forth, Father and Child!Each grasps an oar, and struggling on they go–Rivals in effort; and, alike intentHere to elude and there surmount, they watchThe billows lengthening, mutually crossedAnd shattered, and re-gathering their might;”

Poesia di William Wordsworth “Grace Darling”

Resoconto del naufragio e del salvataggio del Forfarshire sul Registro Annuale del 1838


LA MEMORIA DI GRACE OGGI 

Il cantante Dave Cousins degli Strawbs ha interpretato la storia di Grace Darling tributandole la canzone d’amore che potete ascoltare al link qui sopra.

Il compositore Dennis Westgate ha scritto un musical ispirato alla vita di Grace Darling, eseguito dalla compagnia teatrale “The York Stars” nell’estate del 2010. 


“Grace Darling Victorian Heroine”  accurata biografia pubblicata nel 2007 dallo scrittore e ricercatore Hugh Cunnigham. 





LINK UTILI 


Biografia di Grace su www.britainunlimited.com

Grace Darling raccontata dalla BBC

Testo della canzone di Dave Cousins

Biografia di Grace Darling

Sito Ufficiale di Grace Darling

Voce “Grace Darling” sull’Enclopedia Britannica

Informazioni sul Grace Darling Museum

Elenco degli omaggi resi a Grace in vita

“Grace-Darling or The Heroine of Fern Islands” di George William Reynolds

Con affetto,
Irene

Jane Digby, la "madre del latte": romantica vita della nobildonna che divenne beduina

La figura di questa donna, una volta che ci si è un po’ documentati riguardo alla sua eccezionale esistenza piena di tante esperienze diverse….e di tanti matrimoni, si insinua inevitabilmente nella nostra mente come immagine simbolo di romanticismo puro; per romanticismo non intendiamo il significato che si da oggi a questo termine, ovvero di qualcosa legato al mondo dei sentimenti profondi e dolci degli innamorati, bensì di un’affermazione dell’individualità del singolo, della necessità di conoscere e di scoprire emotività e sensibilità differenti dalle nostre. Jane infatti è mossa dalla ragione nel prendere le proprie decisioni solo in alcuni casi, rari per altro, mentre nella maggioranza delle occasioni è il sentimento, l’interiorità e la profondità della sua sete di conoscenza e di arricchimento della sua persona che la spingono a muoversi in una direzione piuttosto che nell’altra.
Jane Digby nasce il 3 Aprile del 1807 da una nobile famiglia del Dorset, in Inghilterra. Sia da parte di madre che di padre, aveva alle spalle una discreta schiera di Sir e Lord ben affermati nell’ambiente militare e in quello politico. Bellissima, e perfetta per i canoni di bellezza femminile del suo tempo, a circa diciassette anni viene data in sposa a Edward Law, II Barone di Ellenborough ( che poi diventerà il primo Conte ). Poco dopo l’inizio del matrimonio infelice con Ellenborough, egli si stancò presto della giovane moglie e tornò sereno a fare la sua vita di gentleman molto ricco, passando da un salotto all’altro e da un’amante all’altra.
Jane, corteggiatissima per il suo meraviglioso aspetto fisico ma anche per l’eccezionale vivacità della sua mente, dette inizio così alla lunga serie di scandali che la videro protagonista e che le valsero non poche critiche e giudizi, dei quali lei si guardò bene di occuparsi.
Compiuti i vent’anni, scappa a Parigi con il diplomatico,generale e principe austriaco Felix Schwarzenberg, dal quale ebbe due figli. La sconvenientissima relazione ebbe termine per mano di lui, che la lasciò improvvisamente nel 1831 quando si rese conto dello scandalo che ne sarebbe derivato. Compromessa socialmente, e per niente innamorata del marito, Jane divorziò da Ellenborough disinteressandosi degli effetti che ciò avrebbe comportato sulla sua reputazione agli occhi della perbenista società aristocratica inglese del suo tempo. Venne esclusa ed allontanata totalmente dagli ambienti aristocratici inglesi, e persino dalla famiglia: nella casa paterna il suo ritratto viene tolto dalle pareti della galleria dei ritratti di famiglia.
A Parigi frequenta i circoli letterari più colti, ed aiutata dall’educazione liberale imparzitale dal padre ( molto amata dai genitori, il nonno la introdusse ad argomenti come civiltà antiche e politica internazionale, temi considerati inadatti per una signorina. Al suo debutto in società sapeva cavalcare e conversare abilmente, ma conosceva anche quattro lingue straniere ), si inserisce perfettamente negli ambienti artistici francesi, nei quali conoscerà Balzac, con il quale avrà un breve flirt.
Tanti, nel corso della sua lunga e intensa vita, furono i mariti e gli amanti. Personaggi più interessanti i secondi, devo dire, rispetto ai primi. Fra le sue relazioni sono da ricordare Luigi I di Baviera, Ottone Re di Grecia ed il futuro Napoleone III. Non a caso, giacché era considerata una delle più belle donne di tutta l’Europa.
Dopo la morte dell’ultimo figlio, il più caro al suo cuore di madre, Jane è spezzata dal dolore, e decide di dar seguito a tutte le passioni e gli interessi che l’hanno sempre affascinata, fin da bambina, disinteressandosi completamente della vità di società alla quale fino a quel momento era stata abituata. Inizia così a studiare archeologia e storia, e conosce un generale greco, famoso per il suo valore in combattimento. Divorzia dall’attuale marito, il barone Von Venningen che si occuperà dei loro due figli rimanendole amico, e Jane va a vivere sulle montagne con il generale Xristodolous Hadji-Petros ( che ho trovato anche sotto il nome di Spyridon Theotokis ) comandante, pare, di mercenari albanesi: un uomo molto più vecchio di lei, uno sguardo feroce e una presenza da principe della guerra. Jane prova quindi anche l’esperienza di essere la donna del “capo-branco” e vive una vita brigantesca ma avventurosa, che quale romantica la intriga e la diverte molto.
All’età di quarantasei anni lascia nuovamente tutto ciò che aveva costruito alla morte del marito greco, e con la sua rendita di tremila sterline l’anno abbandona l’Occidente, per non farvi più ritorno. Si dirige verso la Siria, ed anche qui incontrerà la volubilità e la doppiezza degli uomini, iniziando e vedendo morire varie storie d’amore o notti appassionate.
Si rimette in marcia, un viaggio unico per una donna del suo tempo e delle sue origini: seguendo le orme della Regina Zenobia si dirige verso Palmira, affascinata dalla storia di quelle rovine e volendo essere la prima donna ad esplorarle in completa solitudine. Il deserto silenzioso, che accoglie in sé le tracce dei giardini e dei prati che un tempo dominavano quella regione nei pressi dell’oasi di Tadmor, è lo scenario della sua vera storia d’amore, quella che riuscirà a tenerla per trent’anni vicina allo stesso uomo.
Il fortunato è lo sceicco Abdul Medjuel el-Mezrab, capo tribù di qualche anno più giovane di lei, ricco e nobile, istruito, affascinante conversatore ed uomo d’azione. Jane se ne innamora, abbiamo detto, perdutamente e lo seguirà fino alla sua morte, fra gelosia, romanticismo, inseguimenti e riconciliazioni.
Lo sceicco Abdul Medjuel el-Mezrab
Non era mai successo che un beduino sposasse una donna cristiana e Medjuel, innamoratosi di lei a prima vista e deciso ad averla, divorziò dalla moglie e la chiese in sposa. Si sposarono appena fu loro possibile, e vissero per metà dell’anno come nomadi nel deserto e per metà in una villa bellissima fatta costruire da Lady Jane a Damasco, totalmente presi l’uno dall’altra e circondati da parenti amici e servitori di lui, tutti egualmente innamorati di questa bellezza nordica ” la signora bianca” e la “mamma del latte” dalla pelle lattea – appunto –  i boccoli biondi e gli occhi color del cielo, che parla il loro dialetto, si intende di cavalli e di armi e non si perde d’animo ma partecipa agli agguati, agli assalti e ai brigantaggi che caratterizzano la vita nomade nel deserto ( abituatavisi sulle montagne albanesi ).
Consumavano i loro giorni felici fra le dune di sabbia ed il sontuoso e fioritissimo giardino della villa a Damasco, accettandosi l’un l’altro senza pretendere niente di diverso. Entrambi rimasero loro stessi, conformandosi però a quelle abitudini e quelle usanze del consorte che non violavano la propria individualità e la propria libertà di attenersi alle tradizioni originali.
Lo sceicco si adattò a mangiare con forchetta e coltello alla maniera occidentale, e si attenne al patto stretto con la moglie alle nozze, che avrebbe potuto avere altre mogli solo a condizione che Jane non ne sapesse niente. Jane non divenne mai musulmana, ma interpretò con entusiasmo il proprio ruolo di donna beduina fumando narghilè, portando l’abito blu ed il velo, truccando gli occhi di nero ed andando a piedi nudi.

” mungeva i cammelli, serviva il marito, gli preparava da mangiare, gli porgeva l’acqua per lavarsi le mani ed il viso, si sedeva per terra, gli lavava i piedi, gli offriva il caffè ed il narghilè e, mentre lui mangiava, ella stava ad aspettare e si gloriava di fare tutto ciò”

Jane in abiti beduini, presso le rovine di Palmira
scrisse Isabel Burton, moglie dell’orientalista Richard Burton, dopo averla conosciuta. Non tornò mai a Londra, se non nel 1857 per fare testamento a favore di Medjuel, con immenso imbarazzo della famiglia che ancora non l’aveva perdonata. Tornò appena poté dal marito, senza mai voltarsi nuovamente indietro.

” Con il cuore che batteva, arrivai a Damasco … Medjuel mi venne incontro, il caro, l’adorato Medjuel, e in quel momento di felicità dimenticai ogni altra cosa”

Morì nel 1881 di colera a settantaquattro anni, invidiata dalle donne
per il suo aspetto giovane, ed ammirata da tutti gli uomini che venivano in
contatto con lei, affascinati dalla sua personalità come dal suo aspetto. Aveva vissuto pienamente la sua vita, provando ogni esperienza che il suo animo curioso, la sua intelligenza e cultura e la sua sensibilità le suggerivano potessero essere interessanti. Rimane, anche se purtroppo poco conosciuta, una donna sicura di se stessa e dei diritti e dei doveri che la sua condizione femminile presupponevano, ed altrettanto consapevole di quelli che invece le volevano essere solo imposti dalla società ipocrita ed impostata dalla quale scappò.
Fu una donna incredibilmente coraggiosa, anche se promiscua ed immorale soprattutto agli occhi dei suoi contemporanei ( oggi purtroppo è molto più comune…), inconsapevole pioniera del femminismo.
Con affetto, 
Irene