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Red Tails: il coraggio non ha colore.

Di solito ho paura dei film “basati su storie vere”. Ho paura quando raccontano la verità, perché vuol dire che certe cose sono davvero accadute, ed ho paura quando sono sporcati di finzione, perché alterano la storia ed è un crimine crudele. Senza conoscere la realtà degli avvenimenti, non possiamo imparare da ciò che è stato…e riduciamo così la storia a semplice passato inutile ed inerte. Questo film è stata per me è un’eccezione. Mi ha toccata profondamente proprio perché basato su fatti veramente accaduti. Odio la guerra e la violenza con ogni parte del mio cuore, tuttavia questo non mi impedisce di rendere omaggio a coloro che hanno rischiato la loro vita per un’ideale di libertà.

68992Red Tails (2012) racconta alcune vicende del 99° squadrone combattente dell’aviazione militare americana che combatté durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale nei cieli sopra il nostro Mediterraneo. Il Tuskegee Airmen fu un reparto di piloti di caccia espressamente voluto dal presidente Roosevelt che si distinse per le missioni riuscite, per la minima percentuale di perdite subite e per la bravura e l’affiatamento dei suoi membri. La cosa straordinaria di questo squadrone è che alla guida di quei caccia “coda rossa” – da qui il soprannome “Red Tails” – vi erano solo piloti di colore, “nigger” come venivano chiamati allora. Il film racconta la lotta di questo gruppo di uomini che dovettero combattere per combattere, provando missione dopo missione di non essere inferiori agli altri soldati né in abilità né in coraggio. Il Tuskegee Airmen dovette affrontare due guerre: una in aria contro gli aerei tedeschi, l’altra a terra contro la sfiducia degli alti gradi di comando dell’aviazione americana e contro il disprezzo e la discriminazione degli altri piloti americani “bianchi”. Report dopo report riuscirono a guadagnarsi il rispetto e l’onore che meritavano in una nazione ancora piagata dal più duro razzismo. Oltre all’esagerata reputazione di essere praticamente invincibili – per anni si è creduto che nessun bombardiere scortato dal Tuskegee Airman fosse stato abbattuto – questo coraggioso reparto di americani, inclusi i 66 piloti caduti in combattimento, hanno guadagnato riconoscimenti e medaglie al valore, tra cui nel 2007 la Medaglia d’Oro del Congresso.

Il razzismo è ancora insito nella maggioranza dei cuori della gente di ogni paese, ed il suo fuoco si risveglia particolarmente quando si tratta di persone di colore. Così è stato per secoli, nonostante ci sia sempre stato chi si è battuto per cambiare le cose, e purtroppo così continuerà ad essere. Tuttavia film come questi fanno bene a chi di noi possiede ancora una coscienza sensibile ed un cuore da toccare. Erano soldati..hanno ucciso come i loro nemici e togliere vite è sempre da disprezzare. Non sono i soldati, né i piloti né gli americani che ho guardato in questo film…ma gli uomini, che hanno dovuto guadagnarsi il diritto di combattere per ciò in cui credevano. Diritto garantito automaticamente agli altri ma ostacolato e infine concesso con denti stretti a loro perché di pelle scura.

E’ un film fatto molto bene, realistico e reale, interpretato da un team di attori che sentivano ciò che stavano recitando. Nella trama c’è anche una piccola storia d’amore, tra un’italiana ed uno dei piloti del Tuskegee. Un’amore di guerra, tra persone diverse che neppure comprendono le rispettive lingue ma che comunicano ai rispettivi cuori. Bravi David Oyelowo e Daniela Ruah…ma niente possono i loro personaggi contro il fuoco della guerra. Andando su terreni meno tragici e profondi, i ragazzi dello squadrone sono personaggi divertenti, giovani scapestrati; le scene d’azione ed i combattimenti in volo sono appassionanti e ben girate. Sono riuscita a seguirle persino io che di solito nei film di guerra non ci capisco niente.

Il cast, quasi interamente composto da attori di colore, include: Cuba Gooding Jr, Terrence Howard, Ne-Yo, Elijah Kelley, Tristan Wilds, Nate Parker e Kevin Phillips. Altri soldati americani sono stati interpretati da Robert Kazinsky, Bryan Cranston e Gerald McRaney.

Ancora purtroppo non è ancora arrivato in Italia, ma se avete modo guardatelo.

P.s. Era stato già fatto un altro film sulla storia delle Red Tails nel 1995, che non ho ancora avuto occasione di vedere. Se qualcuno di voi lo avesse già visto, fatemi sapere cosa ne pensate.

Di seguito qualche foto del vero Tuskegee Airmen.

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[Bollywood Rescue] Dhoom 3 letteralmente spettacolare!


Sono un’appassionata di cinema indiano e, per chi non è troppo accecato dai pregiudizi, vi faccio presente un action-thriller presentato l’anno scorso che mi è piaciuto moltissimo. E’ il terzo film della saga d’azione “Dhoom” e questa volta i due immancabili poliziotti, sempre interpretati da Abhishek Bachchan e Uday Chopra, tentano di catturare un geniale ladro-illusionista, Sahir magnificamente impersonato da Aamir Khan, che è uno dei miei attori bollywoodiani preferiti quanto ad interpretazione. Sahir continua a gestire il Great Indian Circus costruito a Chicaco dal padre quando lui era bambino, mentre medita vendetta per il suicidio dell’amato genitore, costretto a lasciarlo solo a causa dei debiti impagabili contratti con il crudele proprietario della Western Bank of Chicago, Mr Anderson. Dopo varie spettacolari rapine alle filiali della banca, la polizia locale chiama in aiuto i due agenti ACP, Jai Dixit e Ali, per riuscire ad arrestarlo; ma Sahir nasconde un arma segreta, un asso nella manica che lo rende fenomenale sul palco ed imprendibile sulla strada.

Non vi posso dire qual è il mistero dietro a Sahir perché è proprio la parte più interessante del film, posso dirvi però che è stata gestita in modo magistrale a livello di regia e di effetti speciali. Fa emergere tutta la bravura di Aamir Khan, protagonista assoluto di questo nuovo episodio della serie di ladri di “Dhoom”. Per quanto io abbia amato Dhoom 2 e il personaggio di Mr A/Aryan a cui Hrithik Roshan – altro attore tra i miei preferiti in assoluto dell’industria bollywoodiana – ha dato fascino e dolcezza, devo ammettere che dal punto di vista scenico il 3 capitolo ha una marcia in più. Certo, attinge molto dal cinema americano e se lo si guarda con occhio attento vi si trovano numerose ispirazioni ad altri film del cinema occidentale, nonché richiami ai precedenti film della serie, però riesce a conservare una propria identità autonoma, secondo me proprio grazie ad Aamir Khan. La figura femminile della situazione, Katrina Kaif, assistente di Sahir sulla scena è relegata ad essere un personaggio laterale che è presente nella vita del protagonista ma non influisce sul corso della storia se non come pretesto per alcune scene.

Dhoom 3 è il film in assoluto più costoso della storia di Bollywood ma è anche stato quello che incassato più di tutti, con 67 milioni di dollari in soli dieci giorni, nonché il più redditizio dei film indiani sul mercato internazionale. Si è aggiudicato il Filmfare Award per gli effetti speciali, il premio migliori scene d’azione al Zee Cine Festival e ben tre premi per l’attore protagonista, Aamir Khan.

Insomma, se riuscite a sopportare qualche canzone/balletto e la lingua hindi, guardatelo perché ne vale la pena. Non è affatto inferiori agli action-movie a cui siamo abituati.

QUI potete vederlo in streaming con i sottotitoli in inglese. Altra possibilità è scaricarlo sul vostro computer e cercare i sottotitoli in italiano su siti di sharing come Subscene.

A presto!

[Breve recensione] The Abduction Club – Il club dei rapimenti

the-abduction-club-403144lSiamo a fine 1700 in Irlanda ed un gruppo di figli cadetti dell’alta società decide di sottrarsi alla regola che li vuole militari o preti fondando questo personalissimo e segretissimo “Abduction Club“. Lo scopo? Rapire, mascherati, giovani ereditiere di bell’aspetto e convincerle a sposarli. Tutto va secondo i piani finché uno di loro, accompagnando l’amico al suo rapimento, contravviene alle regole portando via anche la minore delle sorelle Kennedy, non ancora maggiorenne. I quattro giovani si innamoreranno in mezzo alla selvatica natura irlandese tra fughe a cavallo e impiccagioni.

Potremmo definirlo una sorta di prequel del famoso musical “7 spose per 7 fratelli”, nuova reinterpretazione da parte del regisa Stefan Schwartz del ratto delle sabine, questa volta basata su fatti realmente accaduti. Nel XVIII secolo, infatti, sono veramente successi numerosi episodi di rapimenti di ereditiere da parte dei figli minori dell’alta borghesia irlandese. In qualche modo in fondo dovevano pur riscattarsi da questa ingiusta e coercitiva regola sociale!

Il film non è certo recentissimo – distribuito nel 2002 – ma non ha grande importanza quando si tratta di pellicole in costume perché hanno il processo di obsolescenza, se così si può chiamare, molto rallentato rispetto a quelle di ambientazione contemporanea. La trama e l’interpretazione dei quattro attori principali – Alice Evans, Daniel Lapaine, Sophia Myles e Matthew Rhys – sono cariche di humour e old-fashioned al punto giusto. Aspettatevi ovviamente scene rocambolesche e un po’ di romanticismo zuccheroso, che sono parte del pacchetto quando si tratta di period drama di non altissimo livello. Niente del capolavoro, quindi, ma sicuramente piacevole e divertente per una serata leggera.

A presto,

I

In Your Eyes: romanticismo e fantascienza al Tribeca Film Festival

Gli anglofoni lo definirebbero “paranormal romance”; per quanto mi riguarda è un genere tutto nuovo quello sperimentato dal regista Brin Hill in questo film, presentato ufficialmente al Tribeca Film Festival di quest’anno,  e da allora distribuito autonomamente online a confermarne l’originalità.

I due attori protagonisti, Zoe Kazan e Michael Stahl-David, ci raccontano la straordinaria relazione che si instaura tra Rebecca, moglie depressa e svuotata di un importante medico del New Hampshire, e Dylan che vive in un disordinato container in mezzo al deserto del New Mexico che cerca di non farsi ri-coinvolgere nella sua precedente vita da delinquente. Entrambi soli, questi due estranei che vivono ai due antipodi degli States scoprono, innamorandosi, di essere ancora capaci di dare amore e di migliorare sé stessi. Fin qui niente di strano per un film romantico, se non fosse che i due giovani sono legati da una speciale simbiosi “paranormale”, che nel film rimane inspiegata, per cui possono vedere con gli occhi dell’altro e percepire le reciproche sensazioni fisiche pur trovandosi a migliaia di chilometri di distanza. Dapprima spaventati e incerti su come gestire questa strana relazione, alla fine impareranno a conoscersi tanto a fondo da diventare inseparabili e insieme affronteranno le dure prove inflitte loro da un mondo esterno che non li comprende.

Premettendo che solitamente non sono una grande amante dei film fantascientifici, questo mi ha totalmente rapita. L’ho trovato un modo originale di reinterpretare gli ormai banali concetti di “relazioni a distanza”, “anime gemelle” e “storie d’amore sofferte”. Non essendo un’esperta azzarderei di presunzione dicendo che l’idea è innovativa, perché non so se prima d’ora sia stato mai portato questo particolare tipo di fanta-alchimia sullo schermo. In ogni caso, a me il film è piaciuto molto perché l’ho trovato molto equilibrato e proporzionato. Non ci sono grandi colpi di scena, tranne forse il coup-de-theatre del finale, ma il ritmo non è soporifero; le scene sono egualmente distribuite tra i due piani narrativi; l’anormalità della storia d’amore è compensata dalla normalità che si insinua nella loro privata quotidianità. Una cosa molto bella del film è che c’è un dolce bilanciamento di sentimenti: vi troviamo tenerezza, affetto, desiderio, paura, tristezza, umorismo, euforia e disperazione. Ho apprezzato molto anche il fatto che non siano stati scelti grandi attori per i ruoli principali, perché credo che avrebbe sporcato la recitazione di banalità e distolto l’attenzione dalla trama che regge bene anche da sé. Non famosissimi ma molto espressivi i due attori protagonisti, che regalano un’interpretazione profonda e un sapore di realtà con i loro volti da non belloni di Hollywood.

Consigliatissimo!

P.S. per il momento temo sia reperibile solo in lingua inglese, che è comunque pronunciato in modo facilmente comprensibile anche da chi non conosce la lingua alla perfezione. Altrimenti bisognerà aspettare il 2015, se si degneranno di doppiarlo.

A presto,

I

I segreti di borgo Larici: anche no!

Brevissimo post di recensione della nuova serie tv in costume firmata Canale5: breve quanto poco meritevole di attenzione è il soggetto. Partiamo dal presupposto che l’idea non era male, anche se un po’ scopiazzata dalla britannica Downton Abbey – che come sapete amo molto ed alla quale Borgo Larici non lega neanche le scarpe. Un borgo industriale torinese dei primi anni Venti, l’alto borghese famiglia proprietaria del borgo con i suoi segreti, un rampollo affascinante che cerca di scoprire la verità e la sirena della fabbrica di filati che scandisce il tempo della gente comune nel tempo delle prime avvisaglie di scioperi e rivolte operaie. Poteva non essere male…se non fosse stata surclassata a mediocre e scialba fiction all’italiana in odore di soap opera. Già il cast misto italiano e sudamericano mi ha fatta ammoscare, poi la prima puntata ha compiuto l’opera. Il giovane, attraente e gentile Francesco Sormani, futuro proprietario del borgo, non fa in tempo ad entrare in scena che già si innamora dell’intelligente – e totalmente insipida – maestra della scuola, orfana di madre che si occupa anche di padre e fratello, operai in fabbrica. Non solo, ma si mette anche contro la famiglia difendendo lei stessa ed il fratello di lei, che si è messo nei guai gridando allo sciopero socialista e picchiando il capofabbrica. E non è tutto. Poche scene dopo la maestrina ringrazia il padrone con un bacio in bocca. Ma dico vi pare normale??? Negli anni Venti??? E ovviamente due minuti dopo lui è a letto nudo insieme alla fidanzata, impersonata dalla bionda attrice colombiana Nathalie Rapti Gomez, che pensa alla scialba e povera Anita.

Santo cielo, va bene che ormai non si può scrivere niente senza che ci sia qualche drammone sentimentale perché sennò il pubblico ti ignora, ma almeno potevano aspettare un po’ e lasciare che la storia si sviluppasse, che non succedesse tutto in modo così ovvio e banale da risultare sgradevole. E poi le storie d’amore si possono trattare anche senza scene gocciolanti di melassa, inquadrature ad effetto e mani che si incontrano inavvertitamente per raccogliere un fazzoletto caduto. In questo gli inglesi sono maestri, secondo me. E guardate che la passione e la carica emotiva non ne perdono, anzi!

Insomma…a me è passata la voglia di guardare la seconda puntata, nonostante la bellezza, il fascino e tutto sommato anche la bravura di Giulio Berruti…unica nota positiva che sono riuscita a trovare.
In caso vi avesse sortito diverso effetto, fateci sapere le vostre opinioni!!!

Flop italiano per la pluripremiata serie record “Downton Abbey”: inaccettabile! Ma perché?

Giovedì pomeriggio sono arrivata a casa tutta pimpante, sicura che ad allietare la mia serata dedicata a stirare ci sarebbe stata la mia serie tv preferita, Downton Abbey. Immaginate quindi il mio disappunto quando arrivo a consultare la guida tv su internet e scopro che quella di giovedì scorso era l’ultima puntata! La tristezza di dover aspettare un altro anno per poter godere di nuovo della compagnia degli abitanti di Downton, che ormai sono per me diventati “amici” come spesso succede con le serie tv abbastanza lunghe e molto ben scritte, dicevo la tristezza si è unita al panico quando mi sono chiesta “E ORA COSA ACCIDENTI GUARDO DURANTE LE NOIOSE ORE DI STIRO CHE MI ATTENDONO???”

Downton-Abbey-season-3-cast

Come ho scritto anche nel post dedicato particolarmente a Michelle Dockery – che interpreta appunto uno dei personaggi femminili principali, Lady Mary Crawley – ho sviluppato una sorta di affetto e tenerezza per le “donne di Downton”, fatta eccezione per Miss O’Brien, ed anche nei confronti degli uomini si è creata come una specie di familiarità come difficilmente mi è accaduto in serie tv prima di questa. Forse è l’atmosfera domestica di cui è stata volutamente profumata l’intera serie, forse sono i personaggi nitidi e caratteristici che vi si muovono, forse è l’ottima regia o forse è il clima british che la avvolge…fatto sta che vi sono legata in modo particolare e piacevole. E non vedo l’ora di poter vedere anche sulla tv italiana la 4° serie. Speriamo che gli sviluppatori del palinsesto televisivo di Rete4 mantengano la parola e mandino in onda anche la prossima stagione, nonostante il basso share guadagnato con le ultime puntate della terza.  A questo proposito vorrei spendere due parole.

Sia sul web che sui giornali si è fatta molta discussione, a volte sfociata in polemica, sulle ragioni che hanno fatto registrare una così notevole discrepanza nel numero degli spettatori italiani, inglesi ed americani. Qualche numero? 10.200.000 spettatori negli Stati Uniti. 11.000.000 in Inghilterra e solo 860.000 in Italia. Non è certamente una differenza da poco. Le cause? Si è detto che la colpa è stata della rete scelta per la messa in onda – Rete4 avrebbe una linea tematica di palinsesto troppo confusa e un’importanza inferiore rispetto ad altre reti, sia mediaset che Rai – e dell’eccessiva quantità di pubblicità dalla quale la serie sarebbe stata danneggiata per quanto riguarda, appunto, il numero di spettatori. Secondo me? Tutte cavolate. O meglio, è vero che Rete4 manda in onda Downton Abbey al pari di Tempesta d’amore o Segreto, che sono soap opera di bassa lega in confronto ad una serie storica di alto livello, ma non credo affatto che sia questa la ragione principale che ha allontanato gli italiani da questa terza serie di DA. Anche se alcuni errori nella trasmissione sui canali italiani sono stati fatti.  I veri appassionati di Downton Abbey (come anche di altre serie inglesi “di qualità”, Sherlock ad esempio) non vogliono aspettare i lunghi tempi del “viaggio oltremanica”, che in genere richiede circa un anno, e guardano la serie tv direttamente in lingua originale grazie ai numerosi siti di streaming online. Come dar loro torto? In Italia per mandare in onda due episodi nella stessa sera hanno persino tagliato scene e dialoghi della regia originale: assurdo!

downton-season3Io credo, comunque, che purtroppo il problema sia principalmente da ricercare in ambito sociale e culturale. Gli italiani sono abituati a concepire il guardare la televisione esclusivamente come momento di svago e distrazione mentale durante il quale NON SI VUOLE essere costretti a ragionare troppo, a trattare argomenti profondi. La maggioranza non tiene neanche conto della qualità di ciò che vede, che si tratti della regia, della recitazione o della sceneggiatura. E quindi vanno per la maggiore fiction e soap opera in cui il massimo livello di attenzione richiesta è per ricordarsi chi è andato a letto con chi o le varie parentele dei personaggi. Vista in quest’ottica, Downton Abbey è certamente troppo impegnativo: richiede un richiamo storico; necessita una mente ricettiva alle problematiche e dinamiche sociali politiche ed economiche – oltre che familiari – che costituiscono la trama stessa della serie; avendo dietro un’elevata qualità sia del cast tecnico che di quello artistico, si è costretti ad alzare anche la qualità della nostra attenzione e della presenza con cui la guardiamo, partecipando mentalmente più che subirla in modo passivo. Insomma…tutto molto complicato, troppo per l’italiano medio che sta stravaccato sul divano a fare zapping. Purtroppo si è rivelata essere una sorta di serie tv “di nicchia”, che richiede un livello di istruzione e di cultura in cui l’Italia non vuole impegnarsi.

_52896765_012045635-1Considerati gli ascolti ottenuti in America – in cui non è che l’ignoranza sia proprio inesistente! – e nel Regno Unito, risulta evidente che il problema non sta nella serie stessa…ma nel pubblico al quale la si propone.

Se davvero la mia analisi fosse giusta, allora dovremmo porci il problema che il popolo italiano stia diventando ancora meno civile di quanto pensassimo. E temo di non esserci andata troppo lontano, visto che fonti ben più competenti in materia di me sono giunte alle stesse conclusioni.

“Sapevamo che era un prodotto difficile perché parla alla testa e non alla pancia”, ha detto il direttore di Rete 4 Giuseppe Feyles. Punteggiato da una sceneggiatura scritta magistralmente daJulian Fellowes, sul filo di una rievocazione attenta della tarda epoca edoardiana, screziato da interpretazioni misurate su cui spicca quella potente e tagliente di Maggie Smith, Downton Abbeyè un prodotto raffinato e per certi versi sofisticato, distante da sceneggiati che hanno avuto recente successo in tv come Le tre rose di Eva. Che davvero, come qualcuno in Rete ha osato dire, gli italiani non siano capaci di apprezzare la bellezza e che si “meritino” intrattenimento più leggero e semplice stile Cesaroni e cinepanettoni?
Noi, dal nostro canto, siamo sempre dalla parte di chi punta sulla qualità, anche se non è premiato dallo share. Su Downton Abbey Feyles ha aggiunto: “Tanta bellezza è un messaggio per la nostra società, che è sciatta: quella era una società dove la cura della casa e delle persone – rispettate sia upstairs che downstairs – è centrale”.

( CULTURA.PANORAMA.IT )

“Mentre questo dramma attraente continua, la nostra audience ha atteso con impazienza questa nuova stagione per vedere cosa accadrà agli amati personaggi”, ha dichiarato il presidente e amministratore delegato di Pbs, Paula Kerger. “Sono così felice che milioni di spettatori siano tornati sulle stazioni locali di Pbs [per vedere] ‘Downton Abbey’ in ciò che è diventata una tradizione post-vacanze” natalizie, ha continuato. “Sono felice che gli intrighi della famiglia Crawley continuino a sedurre gli spettatori”, ha aggiunto Rebecca Eaton, produttrice esecutiva di Masterpiece, la divisione di Pbs dedicata a programmi “capolavori” tra cui Downton Abbey e Jane Eyre. L’autore Julian Fellowes “ha scritto ogni parola delle quattro stagioni di ‘Downton’ e gli lancio un bouquet enorme a nome degli americani”, ha concluso.

( L’INTERNAZIONALE)

“Che invidia quando vedi una serie così” commenta lo sceneggiatore Sandro Petraglia “curata nei minimi dettagli, dai costumi ai dialoghi, scritta benissimo, diretta con mano sicura, con una fattura superba. Costosissima. Il cast è azzeccato dal più piccolo dei personaggi, è facile scegliere un protagonista bravo, ma in Downton Abbey è grande anche l’ultima comparsa. Allora perché così poco pubblico in Italia? Un prodotto così è destinato a un canale tematico: forse chi segue Retequattro non si affeziona”.
Anche secondo Freccero “il problema riguarda l’estetica, il gusto del pubblico”. “Mediaset” spiega “offre in prima serata Il segreto, una brutta telenovela spagnola, è il romanzo d’appendice, non un romanzo. E Retequattro fa il tris: ripropone nella stessa serata Il segreto Tempesta d’amore e poi Downton Abbey: chi segue Il segreto può apprezzare la scrittura raffinata di Fellowes? E vogliamo parlare della fiction italiana? È disastrosa. Siamo sempre dentro Don Matteo e non apriamo il capitolo su Gli anni spezzati o Un matrimonio. In Rai sarà rimasto qualcuno di sinistra? Siamo nelle mani della Tarantola, ma cosa fanno i consiglieri”?

( REPUBBLICA.IT )

Certamente l’aspetto culturale rappresenta un primo punto di partenza per illustrare le differenze tra noi italiani e gli utenti americani, i quali hanno potuto assistere con maggiore attenzione alle vicende della serie, anche per via del “complesso verso gli inglesi”, come sottolineato anche da Carlo Freccero. Se in Italia siamo abituati a vedere le fiction in costume in chiave melodrammatica (come il caso della soap opera Il Segreto), sicuramente non saremo in grado di apprezzare la maggiore complessità che si nasconde invece dietro una serie come Downton Abbey. Le costanti interruzioni pubblicitarie di un canale tv come Rete 4, per via della sua stessa natura di tv commerciale, sicuramente avranno giocato un ulteriore peso decisamente importante, al punto da far preferire i DVD della serie (meglio se in lingua originale). Ciò che probabilmente non è andato in Italia di Downton Abbey, non è la serie tv stessa quanto piuttosto il pubblico di spettatori, certamente poco preparato ad un prodotto simile, ma che avrà il tempo comunque di rifarsi in vista della quarta stagione, già annunciata da Feyles.

( BLASTING.NEWS )

“Dire che cosa non abbia funzionato non è certo facile. Posso immaginare che la gente sia stata tratta in inganno dalla rete di messa in onda e l’abbia considerato un prodotto ‘per vecchi’, adatto ad un pubblico che resta incollato di fronte a Tempesta d’amore e non vede l’ora che vengano messe in palinsesto le repliche di Lo chiamavano Trinità. Senza nulla togliere a questi programmi, ovviamente. Ma ci può essere anche una causa legata alle fiction nostrane. Pensare ad una serie tv ambientata nel passato può far subito venire alla mente la saga di Elisa di Rivombrosa, tanto in auge qualche anno fa, ma ormai superata. Forse il pubblico temeva si trattasse di un prodotto simile. O forse non ha semplicemente simpatia per le produzioni britanniche, che hanno uno stile, una scrittura e una cura del dettaglio completamente diverse dalle nostre. A buon intenditor…”

( Debora Marighetti su TVBLOG )

Insomma, da appassionata il flop italiano di una serie qualitativamente pesante come Downton Abbey non è accettabile. E’ spiegabile, comprensibile ma non accettabile. E voi cosa ne pensate?

Irene

 

 

[Breve recensione] “Now You See Me” movie

Now You See Me, o “I MAGHI DEL CRIMINE” in italiano, mi ha ricordato molto un altro film dedicato al mondo dei prestigiatori, “The Prestige” appunto, dove il regista incanalava l’attenzione dello spettatore verso le vicende personali dei due protagonisti – Christian Bale e Hugh Jackman nella fattispecie – facendoci così concentrare sulla prima trama del film tanto da dimenticare di seguire la seconda, quella più profonda che permette di cogliere il prestigio dietro la magia; il trucco che regge l’illusione. Anche nel caso de “Now You See Me” (uso il titolo originale perché mi piace molto di più dell’arbitraria traduzione in italiano) avviene la stessa cosa: ci focalizziamo sullo spettacolo portato in scena dai QUATTRO CAVALIERI; sullo scoprire l’identità del loro mandante; sulla relazione tra l’agente FBI Dylan Hobbs e la giovane collega dell’interpol Alma Dry; sui personaggi dei quattro cavalieri stessi (Daniel Atlas, mago delle carte e seduttore, Merritt McKinney, mentalista abile a scovare spettatori suggestionabili, Henley Reeves, bella ex assistente di Daniel che pratica la grande illusione e l’escapologia, Jack Wilder, mago e ladruncolo di strada)…insomma ci concentriamo su tutto fuorché sul comprendere i piccoli trucchi che stanno dietro alle esibizioni/furti dei Quattro Cavalieri ed il grande trucco che sta dietro all’identità dell’Occhio di Horus.

Inutile guardare da vicino, suggerisce la voce fuori campo, invitando lo spettatore a fare un passo indietro e a guardare da lontano, in modo più distaccato e quindi più efficace. Un po’ quello che dovremmo fare con la nostra società per comprenderne le crepe e per scegliere le giuste soluzioni, ma non mi addentrerò nella metafora della crisi del nostro stile di vita perché credo sarebbe sterile e avulso da questo contesto.

Anche grazie ad un cast d’eccezione, il regista Louis Letterier riesce a creare la giusta fusione tra intrattenimento e qualità, tra magia e crimine, tra illusione e prestigio così da rendere indistinto il contorno di ogni elemento e amalgamandolo all’atmosfera generale con leggerezza, dinamicità, ritmo, e creatività.

CAST

  • Jesse Eisenberg: J. Daniel Atlas
  • Mark Ruffalo: Dylan Rhodes
  • Morgan Freeman: Thaddeus Bradley
  • Isla Fisher: Henley Reeves
  • Woody Harrelson: Merritt McKinney
  • Mélanie Laurent: Alma Dray
  • Michael Caine: Arthur Tressler
  • Dave Franco: Jack Wilder

TRAMA

Un gruppo di maghi (l’illusionista J. Daniel Atlas, l’escapista Henley Reeves, il prestigiatore Jack Wilder e il mentalista Merritt McKinney) ricevono dei tarocchi da una misteriosa figura incappucciata che li ha osservati per mesi mentre eseguivano i loro trucchi; seguendo le tracce riportate sulle carte si ritrovano tutti insieme in un appartamento abbandonato dove scoprono degli ologrammi con le istruzioni per complicatissimi numeri di magia. Un anno dopo i maghi, adesso chiamati I Quattro Cavalieri, debuttano in un prestigioso show a Las Vegas sponsorizzato dal magnate di una compagnia assicurativa, Arthur Tressler. Per il numero finale dello spettacolo, i quattro “teletrasportano” un uomo del pubblico a Parigi, nel caveau della sua banca, per poi attivare un getto d’aria che lo riporta a Las Vegas insieme a ben tre milioni di euro, che piovono sul pubblico in delirio. Effettivamente, nello stesso momento il caveau viene aperto e viene trovato vuoto.
L’FBI e l’Interpol incaricano rispettivamente gli agenti Dylan Rhodes e Alma Dray di investigare su questo assurdo caso. L’interrogatorio ai Quattro Cavalieri li lascia senza alcuna risposta, poiché non ci sono prove di come essi abbiano potuto rapinare la banca trovandosi a migliaia di km di distanza. Non potendo addurre come motivazione la vera magia, i quattro vengono rilasciati, nonostante abbiano chiaramente annunciato nuovi “trucchi” di questo tipo (ovvero nuovi furti).
Rhodes e Dray incontrano allora Thaddeus Bradley, un ex-mago che ora conduce un programma televisivo in cui smaschera i trucchi degli illusionisti: in pochi minuti l’uomo smonta l’intero trucco dei Quattro Cavalieri, dimostrando come non ci sia stata nessuna magia. Ma i giochi non sono ancora conclusi, perché i Quattro Cavalieri tornano come promesso con un nuovo spettacolo…ed un nuovo furto. Riusciranno gli agenti Rhodes e Dray ad acciuffare i quattro ladri magici? E chi è realmente che muove le fila delle loro mosse?

NIENTE SPOILER OVVIAMENTE. Non ci si possono permettere in un film carico di suspence come questo. Quindi non vi resta che andare a scaricarlo, comprarlo o vederlo in streaming per scoprire il finale della storia. Vi assicuro che l’intera trama è molto convincente e si risolverà con una sorpresa!

Irene