Fenomeno bestseller? I veri capolavori vendono poco…

L’idea per questo post è nata da un articolo scritto dal filosofo italiano Anacleto Verrecchia – scomparso a febbraio di quest’anno – su TuttoLibri dell’aprile 2006, intitolato “I bestseller di oggi ed i veri capolavori”. Capitatomi sotto mano, nel leggerlo ho trovato talmente interessante e veritiero ciò che vi esprimeva, da volervi sottoporre le idee esposte in questo suo articolo e discuterne insieme.

Nei nostri giorni assistiamo ad un esplosione di libri marchiati del timbro “bestseller”, anche a causa della straordinaria e drammatica estensione del bacino di chi scrive, nonché di chi leggi. Ormai quasi chiunque può dire di aver scritto un libro…ed anche pubblicato, almeno autonomamente con i vari siti similari al “miolibro” di kataweb, nonché la diffusione del sistema di lettura inediti delle case editrici.
Purtroppo però, se questo allarga l’offerta editoriale presentata ai lettori, questo fenomeno rischia di ingannarli e dimezzare la qualità media delle opere, riducendole a prodotti commerciali.
Già quando vedo in libreria quelle copertine ad effetto super colorate e con i titoli scritti in rilievo, o quei filoni  tematici di romanzi tutti inesorabilmente uguali ( vedi Pane Amore e Cannella; Arance e tazze di tè o roba simile ) mi prende il mal di stomaco!
Per non parlare di vampiri, zombie, angeli, morti che camminano e quant’altro…

“Ogni anno vengono scaricate sul mercato montagne di libri, ma trovarne uno veramente buono, degno di essere tramandato alle posterità, è come cercare fungi in Arno. I peggiori sono i cosiddetti bestseller: il loro valore è quasi sempre inversamente proporzionale al rumore che fanno ” scrive nel suo articolo Verrecchia. 
Non avrei saputo dirlo meglio.
E’ anche comprensibile: come fa un autore a mantenere stabilmente elevate la qualità della sua scrittura e la purezza del suo stile, ideare trame interessanti e vincenti senza mai sbagliare e continuare ad attrarre l’attenzione del suo pubblico…due, tre volte l’anno? 
I capolavori hanno bisogno di riflessione, ricerca accurata, rielaborazioni, consulenze, ispirazione, tempismo, genio….tutto questo richiede da parte dell’autore dedicargli tempo ed energie esclusive. Vi garantisco che è impossibile farlo con un ritmo di pubblicazione come quello che sostengono oggi gli scrittori di “bestseller”.

Il libro, giallo o romanzo che sia, diventa un mezzo di superficiale intrattenimento, quando va bene, o di ricavi, quando va peggio. D’altro canto, il termine “bestseller” significa, più o meno, “il miglior venditore”. Non si parla di qualità…ma di quantità. 

E la storia della letteratura ci rammenta quanto poco le due vadano a braccetto.
Qualche esempio? La prima raccolta di opere di Goethe vendette 691 copie; la Storia d’Inghilterra di Hume appena 40; molte delle prime pubblicazioni di Schopenhauer finirono al macero o non superarono le 800 copie; Zarathustra di Nietzsche? fu stampato a spese dell’autore in 40 copie. Persino il Don Chisciotte non fece guadagnare granché al povero Cervantes. Alfieri, Leopardi, Manzoni pubblicarono tutti a loro spese i loro capolavori, perché senza editore. 
C’è anche da dire che la qualità dei “bestseller” per quanto riguarda stile e colore di scrittura è pressoché nulla nella maggior parte di casi perché ormai non esiste più “l’autore”: si tratta sempre più spesso di gruppi di ghostwriter, e le liste dei ringraziamenti si allungano a dismisura.

Anche quando è riconoscibile la penna dello scrittore, questi riceve talmente tante pressioni da editori e collaboratori, nonché spesso dalla propria avidità, che qualsiasi idea gli salti in mente – eccellente, buona o penosa che sia – non può permettersi di accantonarla. Bisogna rispettare le scadenze editoriali e dare qualcosa da leggere ai propri seguaci – perché non sono più lettori – così da non farsi sbalzare dalla concorrenza, per altro spietata.

Verrecchia nel suo articolo sopra citato si chiede: “Perché tra i classici greci e latini, ma anche tra quelli che vennero dopo, non si trovano mai libri-patacca?” E ci da anche la sua risposta: “perché allora scrivevano solo quelli  che avevano veramente qualcosa da dire. E non lo facevano per guadagno, ma per un puro impulso dello spirito”. 
Purtroppo il clima di cui abbiamo parlato poc’anzi, influenza anche tutti gli altri che si avvicinano alla scrittura, facendo loro ambire a diventare lo scrittore bestseller – quello famoso e ricco – piuttosto che quello di valore.
E la nostra cultura e letteratura contemporanea si impoveriscono.
Schopenhauer diceva che “scrivere per guadagnare equivale a fare la comunione per nutrirsi”. 

Ed aveva perfettamente ragione.

Una cosa positiva di questa globalizzazione culturale è che il mondo della critica si è espanso, estendendosi di fatto anche a noi lettori-comuni-mortali. Attraverso i nostri blog possiamo voltare la faccia alla massa di pecoroni che compra i libri a seconda di quanti zeri sia composto il numero di copie vendute sparato nella fascetta sopra la copertina. Possiamo stroncare quei prodotti editoriali che non ormai neppure libri, e che certo non sono i capolavori che vorrebbero farci credere attraverso la pubblicità. 
Possiamo fare tanto. Facciamolo! Prendiamo coraggio e voglia tra le mani, scriviamo anche recensioni spietate sui libri che ci hanno fatto rimanere perplessi, schifati o sui quali ci siamo addormentati, oltre che quelli che ci hanno colpiti positivamente.
Questo potrà essere un piccolo passo per risanare un po’ questo nostro mondo della letteratura disastrato. 
” L’unica consolazione è che gli scrittori di moda nascono con il giorno e tramontano con il giorno. Spuntano una volta sola, e per brevissimo tempo, come i fiori di agave. Poi è silentium. “
Anacleto Verrecchia


Sappiatemi dire cosa ne pensate.


Con affetto,
Irene
Annunci

12 pensieri su “Fenomeno bestseller? I veri capolavori vendono poco…

  1. Articolo interessantissimo – anche se noto la copertina di un volume delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco in mezzo a titoli meh. Tch.
    Non sempre i veri capolavori vendono poco, anche se sfortunatamente quasi sempre vendono meno dei libri-ciofeca. In realtà credo che qualsiasi libro, con un adeguato supporto di marketing-pubblicitario, possa vendere. Ed è stato dimostrato quest'estate. Non dico altro, che sono troppo snob per pronunciare quei titoli.
    Quello che mi turba è la scelta degli editori di prediligere, da lanciare in grande stile e con ampio dispendio, libri mediocri. Cioè, già che c'è da investire, perché non investire su una lettura decente? Tanto per dire, sono certa che L'Ombra del Vento sarà anche un long-seller. Non posso dire lo stesso per, putiamo caso pescando dall'immagine, 'Ti amo ti odio mi manchi'.

  2. Già quando vedo in libreria quelle copertine ad effetto super colorate e con i titoli scritti in rilievo, o quei filoni tematici di romanzi tutti inesorabilmente uguali ( vedi Pane Amore e Cannella; Arance e tazze di tè o roba simile ) mi prende il mal di stomaco!

    Appunto! Proprio quello che penso anch'io!!
    Preferisco di gran lunga il consiglio di un'amica…
    Ghislaine

  3. Sinceramente non ci vedo alcunché di male nel fenomeno bestseller. Post che incentivano discussioni sulla qualità della letteratura di oggi sono apparsi spesso, ultimamente, sul blog Diario di pensieri persi e, francamente, io continuo a essere convinta che il fatto che la letteratura di intrattenimento senza troppe pretese venda così tanto non sia un male.

    «Perché tra i classici greci e latini, ma anche tra quelli che vennero dopo, non si trovano mai libri-patacca? Perché allora scrivevano solo quelli che avevano veramente qualcosa da dire. E non lo facevano per guadagno, ma per un puro impulso dello spirito.»

    Credo che questa affermazione sia riduttiva. Molti di quelli che scrivevano erano le persone alfabetizzate, molti lo facevano per intenti autocelebrativi (Cicerone, per esempio), più recentemente autori da noi ritenuti classici lo facevano per un guadagno (Dumas padre è tra questi e in parte lo sono anche Zola e De Maupassant e molti altri).

    Il punto è che con l'ascesa della borghesia nel XIX secolo l'alfabetizzazione si diffuse e la lettura divenne come mai prima un mezzo che poteva offrire intrattenimeto a prezzi accessibili anche per piccoli e medio borghesi. Il fatto che la gente di queste classi sociali preferisse intrattenersi leggendo romanzi non troppo impegnativi anziché Flaubert (che soffì per tutta la sua vita la condizione di autore snobbato e sottovalutato in barba alle sue indubbie capacità e allo stile curatissimo) non è una cosa negativa tout court.

    Senza voler paragonare le dinamiche che caratterizzarono la storia di due secoli fa a quelle attuali, non riesco a vedere come una cosa per forza negativa che la letteratura popolare di facile accesso e di immediato intrattenimento abbia così tanto successo.

    La letteratura di qualità – dove il termine qualità è un concetto che assume, nel tempo, diverse sfumature a seconda dei cambiamenti nella società – è sempre esistita e, con tutta probabilità, continuerà ad esistere, e, per quanto si cerchi di stroncarla da circa un secolo e mezzo, anche la letteratura popolare d'evasione continuerà ad esistere.

    Ludo.

  4. Sono d'accordo con Irene ma in parte anche con quanto dice Ludo: è vero che Ohnet o la Delly o Liala, tanto per citare alcuni autori di romanzi di intrattenimento del secolo scorso erano assai letti, e sinceramente anche da me, ma, appunto, erano di “intrattenimento”, non avevano, nè gli autori, nè i lettori, nè gli editori, alcuna presunzione di “grande opera”, che invece oggi spesso vuole essere spacciata dai creatori di “bestsellers” e dagli autori stessi.
    Pensare, ad esempio, che Moccia sia un grande scrittore mi pare assai assai esagerato … certo magari è meglio di certi orrori di vampiri, sesso e violenza, e comunque è sempre UN LIBRO!!! e occorre sempre prenderlo in mano o leggerlo, invece di giocare ai videogiochi o con Pc o il telefonino. Almeno può contribuire alla alfabetizzazione, se non alla cultura, specie dei ragazzi.

  5. Sono d'accordo con Irene e in parte anche con Ludo: è vero che nel secolo scorso i romanzi di “intrattenimento” tipo Ohnet, Delly, la nostra Liala, erano assai più letti dei “grandi”, ma non avevano, né gli autori, né i lettori, né gli editori alcuna presunzione di essere “buona letteratura”, al contrario di quanto si vogliano spacciare gli odierni “Best”.
    Pensare, ad esempio, che Moccia sia un grande scrittore … mi pare pazzesco, ma … è sempre UN LIBRO!!! e almeno, se non può accrescere la “cultura” può almeno contribuire a far apprezzare la lettura, poi, magari, l'”appetito letterario” può venire leggendo! e distogliere per qualche tempo i nostri giovani dallo svago “tecnologico”.

  6. Anche io ultimamente ho letto questi “bestsellers” e devo dire che alcuni mi sono anche piaciuti molto…ma se devo scegliere,io scelgo per tutta la vita i classici.

    E' vero che scrittori di epoche passate come Cicerone o Zola scrivevano per vendere e si autocompiacevano delle loro fortune,ma,loro erano dei geni a differenza di certi autori di oggi che nemmeno sanno scrivere e soprattutto commettono errori storici,di informazione e si autocompiacciono lo stesso,almeno ammettessero la loro mediocrità!.

    E' giusto che la “letteratura d'evasione” continui ad esistere,rilassarsi a volte fa bene,ma mi inquieto sempre quando in libreria vedo questi romanzi in prima fila mentre Wilde,Dostoevskij,Flaubert o Pirandello relegati dietro in un angolino.

    Purtroppo mi rimane da dire che con questi libri c'è tanta gente che ci mangia dietro,ma ai ragazzi,provate a leggere un verso,un solo verso di Flaubert e noterete l'abisso…leggete se volete tutto quello che volete,ma…leggete sopratutto libri di QUALITA'…perché si impara sempre qualcosa.

    Complimenti per il post Alessia e Irene,mantenere un blog di facile presa è semplice…ma altri blog (come il vostro) così “controcorrente” sono ancora una vera speranza…

  7. Per rispondere un po' a tutti voglio chiarire che sono d'accordo su quanto avete detto riguardo alle letture d'evasione. E' giusto che esistano ed è normale che abbiano maggior tiratura e diffusione perché meno impegnative di letture di spessore. Ogni momento della vita e ogni stato d'animo necessita di generi letterari diversi, questo è normale e sacrosanto. Quello che il mio articoletto puntava a far capire è che mi fa arrabbiare la sempre più diffusa, presuntuosa promozione di questi libri a “capolavori” e di conseguenza dei loro autori a grandi scrittori. Oggi chiunque può essere scrittore. Tutti i libri sono per definizione uno svago più costruttivo di un videogame o di una serata ad obiettivo ubriacatura. Questo però non significa che all'interno del mondo della letteratura e della scrittura ci siano e debbano rimanere delle distinzioni precise. Ogni libro ha il suo ruolo – divertire, rilassare, incuriosire, approfondire, informare, emozionare, educare, acculturare, intrigare… – ed ognuno ha il diritto di essere scritto, pubblicato e letto purché rimanga nell'ambito del genere e dell'obiettivo che si propone, senza volersi elevare a ranghi letterari che non gli appartengono.
    Purtroppo nella nostra società – ed anche nel mondo dell'editoria – non è più il merito intrinseco dell'opera ad essere decisivo o discriminante. Forse non lo è mai stato.
    Entrano in gioco gli interessi politici, economici, sociali di troppe persone e di troppe categorie di persone per poter attuare la distinzione a libri meritevoli-libri discreti-libri meno meritevoli-schifezze in base alle vere qualità artistico-letterarie del libro.
    Dobbiamo accettarlo…o tentare di rivoluzionare il mondo.
    Essendo pacifica, opto per la prima, tentando di far cernita per conto mio, come posso.

  8. Non per nulla ho parlato di Flaubert nel mio commento. In realtà io lo trovo un autore rischioso e, per quanto sia un maestro di stile, proporlo ai ragazzi può avere dei risvolti spiacevoli e inaspettati, a causa della sua scrittura impersonale risultante in opere pressoché prive di lirismo (anche in componimenti come Novembre, per esempio). Ho trovato questo su youtube (sorvoliamo sul fatto che, nonostante li abbia letti, non si ricordi i titoli dei vari rcconti):

    ma anche nella mia esperienza, alle superiori, si tende a ritenerlo noioso perché spesso si ricerca un coinvolgimento nella storia che è difficile da realizzare quando lo stile è impersonale.

    Ludo.

  9. Pochi sono i romanzi che, pur vendendo molto, sanno lasciare il segno, un'impronta non fuggevole sull'anima. Precisato questo, devo dire che io, in questa fase della mia vita, ho bisogno di trovare in un libro NUTRIMENTO, non EVASIONE. Da qui la scelta di leggere Proust e Checov. I vari Fabio Volo, Moccia e simili non sono quindi contemplati.
    Bel post, come sempre. Complimenti.

  10. Proprio l'altro giorno discutevo della qualità editoriale degli ultimi anni. Come autrice, ma in primo luogo come lettrice, mi irrita il livello sempre più infimo delle pubblicazioni recenti.
    Trovo inaudito che abbiano successo prodotti che definire VUOTI è poco, senza contare che spessissimo sono scritti anche MALE. La letteratura d'evasione è una cosa, i libri-fuffa sono tutt'altro e ultimamente va solo il libro-fuffa, che spesso pesca a piene mani (e senza nemmeno degnarsi di nasconderlo un po') dai libri-fuffa che l'hanno preceduto.
    Basti pensare a quello che io chiamo Fenomeno Twilight, con questa profusione di schifo-libri su pseudo-vampiri (mi rifiuto di definire vampiri quei COSI proposti dalla Meyer) e pseudo-angeli, pseudo-licantropi e quant'altro in cui non succede praticamente NIENTE e tutto è affidato al deus ex machina e le cose vanno così perché così è senza alcuna forma di relazione causa-effetto, psicologia del personaggio zero e tutti i difetti del genere.
    L'ideale sarebbe che un bestseller corrispondesse anche a un libro di spessore. Il problema, come già citato in altri commenti, è che viene spinto avanti materiale commerciale (che si venderebbe già da solo) a discapito di letture di spessore. Quello che scopro sempre più spesso tra i lettori è il malcontento generale per la scarsa qualità letteraria, il libro valido viene conosciuto mediante il passaparola (chi ha mai sentito parlare di “Lei che nelle foto non sorrideva” o di “Madapple, il veleno più dolce” o di “C'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo”?) e questo perché le case editrici e le librerie non lo spingono avanti. Cosa troviamo nelle vetrine della libreria? Il solito titolo commerciale, spesso vuotissimo, del fantomatico “nuovo genio letterario” che poi tanto genio non è e spesso non è nemmeno tanto letterato. Oppure troviamo i mostri sacri di sempre, colonne portanti della letteratura contemporanea (?) perché anche i non lettori li conoscono, fosse solo per sentito dire.
    Con l'abbassamento progressivo della qualità letteraria è inevitabile che tutti si lancino nella scrittura (anche quando sono palesemente negati) e veniamo sommersi di schifezze in carta (e in elettronico). Che schifo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...