Aphra Behn, la prima scrittrice inglese "professionista"

Mi sono imbattuta in quest’autrice pressoché dimenticata dal mondo culturale leggendo un saggio letterario, e ve ne ripropongo non solo dei cenni biografici ma anche un piccolo resoconto della sua produzione e della sua importanza nella storia della letteratura ( nonostante nessuna delle persone colte con cui ne abbia fatto il nome l’avesse mai sentita nominare)

Aphra Behn nasce nel 1640, durante il periodo della Restaurazione. Si sa ben poco sulla vita della giovane Aphra, apparte il fatto che nel 1663 fece un viaggio in Africa, insieme alla famiglia, e si fermò per un periodo in una piantagione di zucchero in Suriname, allora Colonia inglese, e che nel 1664 si sposò con un mercante tedesco, che morì pochi anni dopo. Nacque così la necessità per Aphra di mantenersi in qualche modo. Si sa che era una sostenitrice del partito conservatore dei Tories, e che era fedelissima al Re Carlo II. Ed è proprio per il teatro del Re Carlo II che scriverà commedie e tragicommedie, diventando una delle prime donne della storia inglese a proveddere economicamente a se stessa scrivendo.
Oltre al teatro, che era uno sbocco letterario di più immediato ritorno economico, Aphra scrisse anche dei racconti, che posero le basi per “the novel” o “romance”, ovvero per il romanzo come poi sarà inteso negli anni e nei secoli successivi. Jane Austen e Charlotte Bronte non sarebbero venute, insomma, senza che la Behn non avesse spianato loro la strada della scrittura e della “libertà”, per quanto relativa essa continuasse ad essere anche successivamente. Questa donna coraggiosa fece della scrittura la sua professione in un momento storico in cui quella letteraria non era certo la più importante e consigliata delle attività a cui dedicarsi.

Con la signora Behn arriviamo ad una svolta capitale della nostra strada. Ci lasciamo alle spalle, rinchiuse nei loro parchi, tra i loro in-folio, quelle nobildonne solitarie, che scrivevano senza pubblico né critica, solo per il proprio diletto (…) dovette lavorare sullo stesso piano degli uomini. Con un lavoro durissimo, riuscì a guadagnare abbastanza per tirare avanti. L’importanza di questo fatto supera quello di tutte le sue opere (…) perché è in questo momento che comincia la libertà della mente, o piuttosto la possibilità che un giorno o l’altro la mente sarà libera di scrivere ciò che crede” 

Una stanza tutta per sé – Virginia Woolf

Vero è che l’aspetto forse più significativo del suo lavoro di scrittrice non è la sua produzione letteraria, ma il fenomeno stesso della sua autonomia intellettuale e soprattutto materiale, tuttavia credo che sia nient’affatto scontato un particolare legato alla sua opera più famosa  “Oroonoko, schiavo reale” che racconta la vita di un principe del Suriname ( che presumibilmente si ispira ad un personaggio realmente esistito con il quale lei è venuta in contatto durante il suo viaggio ) deportato in Inghilterra come schiavo insieme all’amata, dove a causa di un tentativo di ribellione incontra la tortura e la morte “con eroica saldezza d’animo” . Questo romanzo breve, che ricordiamo ancora una volta è uno dei precursori ai quali si rifaranno i romanzieri del 700, è significativo non tanto per la trama e per l’argomento portante, ovvero la schiavitù del popolo africano rispetto agli occidentali, quanto per il punto di vista dal quale è affrontato questo tema. I temi della tragedia eroica e l’ambientazione esotica erano costanti della letteratura del periodo della Restaurazione. La novità sta nel fatto che Oroonoko viene raffigurato e raccontato come un principe che non ha niente da invidiare agli ideali principeschi europei per educazione, onore, raffinatezza e nobiltà di sangue e d’animo…l’unica differenza è che non è inglese ma africano, e per questo trattato da “schiavo reale” anziché come principe straniero in visita diplomatica. Ed è grazie a questa disparità che la Behn esprime tutto il suo disprezzo, di persona pensante che ha conosciuto la società africana e non se n’è fatta un’idea sulla base di semplici pregiudizi e false storie, ” per il brutale commercio con cui la Vecchia Europa affliggeva il Nuovo Mondo”. Mise in risalto, anche se mitigando il suo pensiero, condizionata inevitabilmente dal mondo e dalla società in cui viveva e alla quale doveva presentare la sua opera, il prezzo che l’Europa, e in particolare la sua patria Inghilterra, dovette pagare per ricevere i benefici economici e commerciali della schiavizzazione del popolo africano; dovette subire un’enorme sconfitta: quella di vendere grandi valori come l’amicizia, l’uguaglianza, la fedeltà, l’amore per la veritù e la giustizia, l’onestà e l’onore per diventare una società composta da “perfidi mercanti, rapaci colonizzatori e spregevoli traditori”.
Se sommiamo il coraggio di uno scrittore del tempo nel denunciare questo fenomeno come abuso al fatto che non era uno scrittore ma una scrittrice, evento considerato naturalmente un peccato imperdonabile, ci chiediamo perché di Aphra Behn si parli così poco e di tanti altri meno meritevoli si parli di più.

E tutte le donne insieme dovrebbero cospargere di fiori la tomba di Aphra Behn, che si trova assai scandalosamente ma direi giustamente, nell’abbazia di Westminter, perché fu lei a guadagnare loro il diritto di dar voce alla loro mente

– Una stanza tutta per sé – Virginia Woolf

Seppur cospargerne di rose la tomba potrei considerarlo eccessivo, quale ragazza che tenta di scribacchiare mi ha molto colpita la storia di questa donna ed il suo ruolo per tutte noi che la seguiamo, molte delle quali sono state più famose di lei grazie a lei, spesso inconsciamente. Basta pensare a Jane Austen, Charlotte Bronte e le sue sorelle, George Eliot, Fanny Burney, e queste affiancate da tutte le scrittrici moderne che tentano di staccarsi dalla storia ma che le sono innegabilmente ed indissolubilmente legate a doppia corda.

Centinaia di donne, a misura che il Settecento avanzava, cominciarono a pagarsi le piccole spese e a contribuire alle spese di casa traducendo, oppure scrivendo innumerevoli cattivi romanzi di cui non si fa più menzione neanche nei testi scolastici (…) Quella notevole attività mentale di cui verso la fine del Settecento le donne dettero prova – conversando, riunendosi, scrivendo saggi su Shakespeare – si basava sul fatto concreto che le donne potevano guadagnar soldi scrivendo. Il denaro conferisce dignità a ciò che è frivolo se non è pagato.

– Una stanza tutta per sé – Virginia Woolf

La libertà di esprimersi, non solo di pensare ma anche di divulgare e condividere con altre il proprio pensiero, la possibilità di rendere manifesta quell’intelligenza e quella vivacità mentale che fino a quel momento dovevano essere recluse ed assolutamente negate se non in rare eccezioni si basavano sulla mera e parziale autonomia economica che ci si era guadagnate, o meglio che Aphra Behn si era guadagnata per tutte. Possiamo considerare il suo un dono disinteressato e incondizionato a tutte le donne che sarebbero venute dopo la sua morte, e che dovrebbero sentire l’obbligo morale di esserle riconoscenti e di dimostrare tale riconoscenza parlando di lei e restituendole la fama che aveva ai suoi tempi e che le è stata ingiustamente sottratta dal passare dei secoli, dal susseguirsi di uomini  con potere culturale elevato che l’hanno “censurata” o meglio esclusa da libri di letteratura e saggi e forse da un’esistenza ed un pensiero più scomodo di quello di Jane Austen o della Eliot.

Una piccola scheda storica su Aphra Behn potete trovarla, oltre che su Wikipedia, anche sul canale History della BBC stessa.
Riferimenti fra virgolette nel testo sono stati tratti dalla traduzione del romanzo “Oroonoko or the royal slave” di Aphra Behn, e dalla “Breve Storia della letteratura inglese” a cura di Paolo Bertinetti. 

Con affetto,

Irene

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