L’imperatrice Sissi…non il mito ma la realtà – parte 2

Fin dal suo primo ingresso a corte, Elisabetta dovette accorgersi delle difficoltà che l’attendevano.

Entra in un mondo nuovo, austero, che si scontra con il suo carattere forte e ribelle; la vita di corte è dura, il protocollo da seguire è troppo rigido, le dame di compagnia sono molte, la soffocano, le impediscono di vivere, le tolgono l’intimità. La giovane imperatrice si sente prigioniera di una gabbia d’oro, e inoltre il suo amato Franz è occupato a svolgere i vari compiti da Imperatore e spesso è costretto a lasciarla sola. Lei si annoia e inizia a scrivere un diario, a cui affida i suoi pensieri, le sue delusioni.

L’arciduchessa Sofia si prese l’onere di trasformare la nuora in una perfetta imperatrice, e nel farlo la costrinse a sottostare in maniera ferrea all’etichetta, finendo per inimicarsi Elisabetta e apparendo ai suoi occhi come una donna malvagia. Solo successivamente Elisabetta si rese conto che la suocera aveva agito sempre a fin di bene, ma in maniera imperiosa e imponendo sacrifici. A differenza di Sofia, che era rispettata da tutta la corte, Elisabetta veniva criticata per i suoi natali umili, per la sua scarsa educazione e per la sua inesistente attinenza alla vita di società.
Quando rimane incinta, si sente ancora più sola, l’imperatore è impegnato a seguire, se pur da lontano, gli svolgimenti della guerra di Crimea. Il 5 maggio del 1855 nasce un bambina, che si chiamerà Sofia come la nonna. E’ chiaro che l’Impero avrebbe desiderato un maschietto e prima fra tutti l’arciduchessa Sofia, ma è ugualmente festa. Franz, dal canto suo, è felice, ama la moglie e solo questo importa. Come è uso nella corte, la bimba viene tolta alle braccia della madre, per essere affidata alle cure della nonna e delle bambinaie e la sua culla viene portata in una stanza lontana da quella dei genitori, più vicina alle stanze dell’Arciduchessa, che sarà sempre molto legata alla nipote. Elisabetta, che vorrebbe poter avere la gioia di crescere sua figlia non si da pace.

Non potendo fare niente per cambiare le cose, rimaste così per secoli, si sfoga con lunghe e impetuose cavalcate, naturalmente accompagnata dalla disapprovazione della suocera. Il dolore e il risentimento non offuscano la bellezza della giovane sovrana, anzi la notizia del suo fascino supera i confini dell’impero. Il 12 luglio 1856, poco più di un anno dopo, nasce la secondogenita Gisella, anch’ella allevata dalla nonna. 

Nel settembre di quell’anno Elisabetta iniziò a far valere i suoi diritti di madre e durante un viaggio in Stiria e nella Carinzia
Elisabetta riuscì a ottenere che la figlia Sofia accompagnasse lei e il marito durante il loro viaggio in Italia nell’inverno tra il 1856 e il 1857. Durante quel viaggio si riavvicinò molto al marito, solitamente compiacente con l’arciduchessa Sofia, e capì che i viaggi di Stato erano un’occasione preziosa per stare da sola col marito senza l’oppressione della suocera. Non altrettanto bene vanno le cose dal punto di vista politico. Per la prima volta l’imperatrice, sempre acclamata da folle festanti, si rese conto che l’impero non aveva il consenso di tutte le sue popolazioni. Il regime militaristico austriaco aveva portato come conseguenza il disprezzo e l’odio degli italiani nei confronti degli austriaci. Elisabetta, solitamente pronta ad assentarsi dagli impegni ufficiali a Vienna, rimase tuttavia accanto al marito in difficoltà per l’intero programma di viaggio nel Lombardo-Veneto. A Venezia Elisabetta, Francesco Giuseppe e la piccola Sofia attraversarono Piazza San Marco acclamati soltanto dai soldati austriaci, mentre la folla di italiani rimase in silenzio. Il console inglese lì presente riferì a Londra: «Il popolo era animato da un unico sentimento, dalla curiosità di vedere l’imperatrice la cui fama di donna meravigliosamente bella è arrivata anche qui» . E questo già dice tutto.
Il popolo comincia a nutrire speranze in Elisabetta e della sua possibile influenza positiva sul marito.

Poche settimane dopo dal rientro dall’Italia, si prospettava un altro viaggio di Stato in un’altra inquieta provincia, l’Ungheria. Tra i magiari era già risaputo che la giovane imperatrice nutriva un profondo interesse per la loro cultura, grazie alle lezioni dategli dal conte Mailáth, e speravano che influenzasse positivamente il marito. Infatti Elisabetta riesce ad ottenere dal marito

l’amnistia per i ribelli, compiendo così un primo passo per la riconciliazione dei due paesi. Anche stavolta Elisabetta si scontrò con la suocera, riuscendo a ottenere la presenza delle sue bambine per il viaggio. Come nel Lombardo-Veneto, anche in Ungheria la coppia imperiale fu accolta con freddezza, sebbene la bellezza dell’imperatrice ebbe il suo solito successo. Durante il viaggio nelle provincie ungheresi, la piccola Sofia si ammalò. La diciannovenne imperatrice vegliò per undici ore sulla figlia, che spirò il 19 maggio 1857. Quando tornarono a Vienna, Elisabetta si chiuse in se stessa e nella sua solitudine, rifiutando di mangiare e di apparire in pubblico. L’imperatrice, che aveva insistito sulla presenza delle bambine durante il viaggio, rinunciò al suo ruolo di madre, ritenendosi colpevole della morte della figlia, e affidò Gisella all’educazione della nonna.

Nel frattempo rimane nuovamente incinta e

il 21 agosto 1858 nacque l’arciduca Rodolfo, principe ereditario dell’Impero d’Austria, il tanto atteso erede. Il parto risultò piuttosto difficoltoso e Elisabetta si ammalò e la febbre le tornava a distanza di brevi periodi; dal momento che tra l’autunno e l’inverno, le sue condizioni non erano ancora migliorate, furono convocati la duchessa Ludovica e il medico di famiglia dei Wittlesbach. La diagnosi di quest’ultimo rimane sconosciuta e nei diari dell’arciduchessa Sofia ci sono solo accenni a dei sintomi: febbre, debolezza, mancanza di appetito.

Al prossimo post,

Con affetto,

Irene

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